Se anche i gatti posso cambiarti la vita: “Ecco la mia Banda Bandera”

La storia di una paziente del Cps, scrittrice: “Ogni volta che rientravo in comunità mi mancava la casa. Ogni volta che tornavo a casa mi mancava la comunità”

 “La mia vita stava cambiando. Ovunque fossi, pensavo a loro. Se ero con loro non smettevo di osservarli. Il loro mondo mi diventava sempre più familiare. La solitudine era un pensiero lontano. In quello scatolone c’era un universo che riempiva tutti i vuoti. Frequentavo la comunità un giorno alla settimana, in modo da poter essere monitorata con maggiore facilità. Gli infermieri e i medici si stupivano del mio ritrovato benessere”.

Maria Beatrice Bandera è una scrittrice mantovana. Matura l’idea di scrivere questo libro dopo aver superato la fase acuta della depressione in cui è caduta dopo la morte di sua madre. Attraverso vari ricoveri in ospedale e in comunità psichiatrica scopre in sé un mondo inatteso e incontra, poco prima delle dimissioni, una gattina nera a cui dà il nome di Fofò.

Quel che segue è il resoconto quasi quotidiano delle vicende che la portano ad essere a capo di una banda di sette gatti, la Banda Bandera, per l’appunto.

Si tratta di una storia vera, quindi, che si legge piacevolmente. Non mancano i colpi di scena: è proprio in questi casi che tutto viene messo alla prova ed entra in scena la sottile arte del ricominciare.

Pubblichiamo un brano tratto dal libro. L’autrice è un’utente del Cps di Castiglione delle Stiviere che ama scrivere.

Si avvicinavano le mie dimissioni. Ai primi di marzo aveva nevicato abbondantemente. Il parco era completamente imbiancato. Sbucavano solo le foglie delle prime viole, quelle dei piccoli ranuncoli e le gemme delle ortensie. Ogni volta che rientravo in comunità mi mancava la casa. Ogni volta che tornavo a casa mi mancava la comunità. La neve di casa non era la stessa di quella della comunità. Ero al mio ultimo permesso. Ormai avevo svuotato armadio e comodino. Era la Settimana Santa. Avrei fatto Pasqua in comunità, poi sarei tornata definitivamente a casa. Quel giovedì pomeriggio parcheggiai nel piazzale e, con passo fiero, entrai recandomi verso la guardiola. Alle mie spalle qualcuno mi disse: “Sai che il caposala sta dando il permesso per l’adozione di un animale domestico?”.

Conoscendo il caposala, avevo molti dubbi, comunque chiesi: “E che animale?”. “Ma come, non l’hai visto? È lì fuori!”. Uscii in preda alla curiosità. Su uno dei divanetti esterni sostava, per niente impaurita, una graziosa gattina nera. Mi sedetti accanto a lei e sentii le sue fusa grate. Aveva il pelo morbidissimo e lucido. Era comunque denutrita. Ero talmente meravigliata da non sapere formulare pensieri. Hansel venne verso di me. “Ma come l’avete trovata?” chiesi.

“Non so. Ieri sera ho sentito Ebe che parlava con qualcuno. Pensavo fosse al telefono, invece parlava con la gattina” e sorrise furba e beata. Non persi di vista la micia fino all’ora di cena. Andava e tornava. Giocava con qualsiasi cosa dotata di leggerezza. Per la cena qualcuno cedette il suo petto di pollo e lei se lo sbaffò.

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