Quegli anni di malasanità e corruzione all’Ospedal Grande

Grave disordine nella gestione dell’assistenza tra risorse scarse e mancati controlli da parte degli austriaci

di Gilberto Roccabianca
storico locale

 

La scarsità di risorse materiali per la cura dei malati unita alla mancanza di attenzioni e controlli da parte delle autorità austriache aveva apportato grave disordine nella gestione dell’assistenza ai ricoverati dell’Ospedal Grande. La gravità e persistenza di episodi di malasanità, corruzione e prevaricazione degli operatori nei confronti degli ammalati è documentata da alcuni documenti d’archivio, in particolare da due memorie di denuncia presentate dai cappellani Biasi e Malpizzi nel 1751 e 1752.

Si lamenta innanzitutto l’insufficienza e la cattiva qualità del cibo (uova marce, carne avariata, vino acido) seguita da un lungo elenco di nefandezze, prevaricazioni e trascuratezze degli infermieri, accusati di essere arroganti e crudeli con gli infermi, di lasciare gli ammalati a rivoltarsi nelle lenzuola sporche delle loro lordure, di non riscaldare i letti durante l’inverno, di non fornire acqua da bere a chi la richiede, di allontanarsi dalle sale in orario di servizio per andare all’osteria o ad amoreggiare con le infermiere o con “donne pubbliche”, di somministrare ai pazienti i farmaci sbagliati.

Il Malpizzi riferisce che gli inservienti inviati a prelevare qualche malato al domicilio sulla via del ritorno si fermavano ad ogni osteria, abbandonavano la portantina con il malato sulla pubblica via e rientravano in ospedale ubriachi. Gli infermieri del turno di notte costringevano i pazienti a giocare a carte e, barando al gioco, si impadronivano dei loro denari, oppure pretendevano, in cambio dell’assistenza, “doni” in natura come salami o altri generi di conforto che i pazienti si portavano da casa.

Anche i medici, i chirurghi e i rettori non erano estranei a comportamenti censurabili: il rettore Comini non adempiva al suo dovere di ispezionare le sale di degenza e di controllare che gli operatori agissero secondo principi di carità cristiana e di “buona pratica” assistenziale (e per questo alla fine verrà giudicato inadeguato e sollevato dal suo incarico). Il primario medico Ippolito Tonni, che ricopriva anche la carica di protofisico (medico provinciale), ritirava lo stipendio mensile ma non si faceva nemmeno vedere in ospedale, mandando al suo posto un praticante maldestro che, per paura di contrarre la rogna, “visitava i malati, per così dire, volando”.

Nemmeno i chirurghi dimostravano particolare attaccamento alla loro missione e mandavano in corsia i giovani apprendisti oppure, addirittura, dispensavano unguenti e bende ai malati lasciando che si medicassero da sé le ferite e le piaghe.

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