Menopausa, tutte le armi per combattere la sindrome genitourinaria

I disturbi interessano il 50 per cento delle donne, che non vanno lasciate sole: il ventaglio di trattamenti disponibili è molto ampio

di Paolo Zampriolo
Direttore Struttura Ostetricia e Ginecologia Mantova ASST Mantova

 

La sindrome genitourinaria della menopausa interessa oltre il 50 per cento delle donne con esaurimento della funzionalità ovarica. Vulva, vestibolo, vagina distale, uretra e trigono vescicale sono interessati dal venir meno dell’azione trofica esercitata dagli ormoni sessuali. I tessuti vulvari perdono turgore e consistenza, l’introito e la vagina diventano meno elastici, si riduce la vascolarizzazione, diminuisce la lubrificazione e aumenta il pH. Sul versante urinario compaiono minor turgore della sottomucosa, pallore e assottigliamento dello strato epiteliale, urgenza minzionale, pollachiuria, nicturia, disuria, cistalgie, tenesmo vescicale e ricorrenti infezioni urinarie oltre che incontinenza.

I tessuti più sottili e poco umettati sono più facilmente danneggiati dal rapporto sessuale. La paura del dolore comporta un mancato rilassamento dei muscoli del piano perineale e una ulteriore riduzione della lubrificazione. Anche il microbiota vaginale cambia in modo sostanziale per perdita dei lattobacilli, innalzamento del pH con conseguente facilità alle infezioni vaginali. Frequenti anche le infezioni urinarie seguite da ripetuti trattamenti con antibiotici, che a loro volta innescano un automantenimento dello stato infettivo. Questa patologia si può manifestare nel 5 per cento delle donne già negli anni che precedono la menopausa in relazione alla diminuzione complessiva della produzione ormonale che si instaura dopo i 40 anni e che in soggetti particolarmente sensibili alla deprivazione estrogenica evoca precocemente la sintomatologia poi destinata a un progressivo peggioramento. I sintomi possono iniziare svariati anni prima della cessazione dei flussi e altresì presentarsi con l’uso di contraccettivi estroprogestinici a basso dosaggio.

Alcuni studi condotti in Europa e Usa hanno constatato che solo una minoranza delle donne correla questi sintomi all’evento menopausa. All’incirca il due terzi di esse ha riferito dolore ai rapporti, perdita della libido e sospensione degli approcci sessuali con il patner. Si conferma l’elevata prevalenza della secchezza vaginale (70 per cento); bruciore vaginale e dolore ai rapporti interessano circa il 30 per cento delle intervistate. Le donne con sintomi urinari hanno sette volte di più rischio di problemi della sfera sessuale.

La paziente fa fatica a parlare di questi problemi che vengono poco o nulla indagati nell’ambito delle consultazioni ginecologiche. Secondo lo studio europeo REVIVE quasi la metà delle intervistate ha giudicato inutile chiedere aiuto ritenendo la sintomatologia una inevitabile conseguenza dell’invecchiamento. Spesso nemmeno il partner ne è messo a conoscenza con conseguente disagio relazionale, nonché il diradamento e l’abolizione dei rapporti sessuali.

Il ventaglio di trattamenti utilizzabili è molto ampio. Le modalità terapeutiche si basano sull’uso di estrogeni locali o sistemici, testosterone topico, inibitori selettivi dei recettori estrogenici, tibolone, DHEA, probiotici vaginali ed intestinali, integratori alimentari attivi sull’apparato urinario, farmaci ad effetto riparativo sulle mucose genitourinarie, integratori alimentari a base di stabilizzatori delle mastocellule e ad azione antinfiammatoria, farmaci ad azione centrale in grado di innalzare la soglia del dolore e ad azione sul tono dell’umore o attivi sul dolore neuropatico. Anche i lubrificanti-emollienti vaginali possono essere di ausilio. In casi selezionati di grande utilità è l’approccio riabilitativo (Chinesiterapia, Biofeedback, Stimolazioni elettriche funzionali, TENS) per recuperare un corretto uso dei muscoli perineali. Di recente introduzione l’uso del laser e la radiofrequenza. Con la competente integrazione di questi presidi si ottengono risultati sorprendenti da mantenere negli anni; la ricaduta va trattata in modo tempestivo e prolungato nel tempo. Occorre sensibilizzare e motivare la paziente non lasciandola sola e facendole capire che si tratta di patologie che tendono alla periodica riacutizzazione o cronicizzazione.

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