Ictus, l’ASST firma una studio sui modelli organizzativi

I professionisti della Neurologia hanno analizzato oltre 4mila pazienti.
La stroke unit di Mantova segue 500 casi all’anno

È mantovano un importante studio sui modelli organizzativi per il trattamento intra-arterioso dell’ictus acuto, pubblicato sulla rivista dell’Organizzazione Mondiale per l’Ictus (WSO), il prestigioso International Journal of Stroke. La ricerca porta la firma del direttore della Neurologia del Poma Alfonso Ciccone, che ha lavorato in collaborazione con un collega norvegese e uno svizzero a una revisione sistematica dei modelli organizzativi in questione.

L’ictus ischemico è dovuto all’improvvisa occlusione di un’arteria del cervello. Per riaprirla sono disponibili due terapie alternative: un farmaco sciogli-trombo (il trombo-litico appunto) o un trattamento intra-arterioso di trombectomia meccanica in grado di estrarre i coaguli più grandi che non si sciolgono con il trombolitico.

Quando il vaso viene riaperto rapidamente, idealmente entro sei ore dall’esordio dei sintomi (meglio se l’intervento è ancora più precoce), i danni dell’ictus vengono contenuti o, in alcuni casi, addirittura risolti. L’efficacia dell’approccio intra-arterioso è stata dimostrata solo recentemente e il suo avvento sta richiedendo un cambiamento organizzativo delle stroke unit (unità per l’ictus), poiché molti ospedali non dispongono di strutture idonee ad eseguirlo, cioè di una sala angiografica e di un neuroradiologo inteventista.

I professionisti coinvolti nello studio hanno passato in rassegna 148 pubblicazioni, che hanno permesso loro di identificare e descrivere quattro principali modelli organizzativi. Si sono presi in considerazione i casi di 4.127 pazienti. Il raffronto fra dei modelli analizzati – mother ship e drip and ship – ha portato a concludere che non esistono differenze in termini di sopravvivenza, esiti funzionali favorevoli o pervietà delle arterie. Le evidenze scientifiche non sono sufficienti a dimostrare che l’uno o l’altro modello siano da privilegiare perché più efficaci. La scelta dovrebbe quindi dipendere da fattori locali o dalle caratteristiche dei singoli pazienti.

La Neurologia di Mantova è in una fase di passaggio da un modello “drip and ship” a un modello di interventista mobile. L’obiettivo è cioè quello di non fare muovere il paziente, ma il medico. Alla stroke unit del Poma, di cui è responsabile Giorgio Silvestrelli, vengono ricoverati circa 500 pazienti con ictus all’anno ed effettuati circa 80 interventi di trombolisi endovenosa e 20 di trombectomia. Il modello finora adottato è stato quello del “drip and ship”, con l’invio del paziente a Brescia per la trombectomia, ma da pochi mesi è stata costituita una Neuroradiologia interaziendale fra Mantova e Cremona e si è dato il via ai primi interventi in sede.

I due ospedali si stanno organizzando per arrivare a una copertura di 24 ore su 24, tutti i giorni dell’anno, creando un sistema di rete nell’ambito della quale il neuroradiologo può spostarsi da una sede all’altra. I trattamenti in sede evitano al paziente i rischi del trasporto e un risparmio di tempo notevole in una situazione per la quale ogni minuto perso corrisponde a neuroni persi.

Questo modello di rete inter-aziendale è stato attuato anche per la Neurochirurgia, con la presenza di neurochirurghi sia al Poma, dove l’attività è rivolta esclusivamente all’urgenza, che a Cremona, dove l’attività è completata da quella programmata. Anche la presenza della Neurochirurgia è fondamentale per una ottimale gestione del paziente con ictus: vi sono infatti situazioni particolari che richiedono l’intervento neurochirurgico in urgenza. Il modello di rete interaziendale sin qui descritto è il primo il Lombardia e, per il suo assetto, è un unicum nel panorama nazionale.

 

Nella fotografia alcuni medici della struttura Neurologia di Mantova
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