Una voce di dentro: counseling in carcere

Progetto di accompagnamento e sostegno ai detenuti nella casa circondariale di Mantova

Di Angela Lamura
Infermiera Casa Circondariale Mantova

 

Le competenze di counselor e di infermiere in un percorso di gruppo nella Casa Circondariale di MantovaProgetto di accompagnamento e orientamento durante il periodo di detenzione dei detenuti“. È il progetto al quale ho lavorato per otto mesi, a partire da settembre 2015, con la collaborazione dell’Ufficio Educatori, dell’insegnante del carcere e del personale della polizia penitenziaria. Un gruppo di detenuti di diversa nazionalità è stato accompagnato in un percorso riabilitativo, al fine di tracciare scenari possibili per convivere con la condizione di reclusione, riacquisire l’autostima, recuperare l’identità sociale per un ritorno dignitoso nella società. Nella relazione di aiuto tra operatore e utente immigrato uno dei problemi principali è rappresentato dal pregiudizio, che rischia di innalzare barriere con conseguenze negative sui livelli essenziali di assistenza.

Il criterio che ho scelto per costituire il gruppo di counseling è stato quello dell’eterogeneità che ha dato ricchezza ai gruppi e il residuo di pena non inferiore ad un anno. Ho utilizzato il counseling interculturale e l’approccio tansculturale. Nei laboratori ho utilizzato molteplici tecniche verbali e non verbali e varie forme di attività artistiche nell’ambito dell’approccio costruttivista facendo riferimento ai principi teorici della Gestalt espressiva: il counselor, le competenze relazionali e i processi creativi.

Attraverso i laboratori e la mediazione artistica, si mettevano in contatto una persona o un gruppo con le proprie risorse creative in linea con la metodologia del Centro Shinui di Bergamo. La sintesi dei laboratori è stata proposta in un video con l’intento di dare visibilità al lavoro svolto dai gruppi di persone che hanno partecipato. Nell’esperienza ho intuito quanto ciò che per me è sempre stato scontato, non lo è per le persone abituate fin dall’infanzia a difendersi con l’aggressività e la durezza.

La mia ipotesi di partenza si basa sull’idea che attraverso uno spazio di ascolto attivo e di comunicazione positiva, anche in carcere si potessero sollecitare aperture emozionali e consapevolezze importanti per arricchire di nuovo senso la visione dell’esistenza dei detenuti. Un modello di counseling penitenziario sarebbe auspicabile come consuetudine trattamentale, in affiancamento alle prassi istituzionali dalle quali non ci si può assolutamente sottrarre per mandato professionale. È interessante riportare la voce di uno dei partecipanti del percorso svolto.

Questo lavoro mi ha aiutato ad approfondire e aumentare i miei orizzonti mentali anche se a volte sorgono problematiche in più rispetto a quelle a cui ero sbrigativamente abituato ad affrontare e che non sempre istintivamente voglio risolvere. L’argomento che più mi ha colpito è stato lo sviluppo del mio albero genealogico con il quale mi sono immedesimato in ogni sua ramificazione sentendomi parte di un mondo più ampio, passato e futuro. Ho provato emozioni profonde che mai avevo vissuto nell’ambito della famiglia che per me, prima, era solo composta dai più stretti parenti e lì si fermava. Spero che si possa ripetere un’esperienza simile che ritengo utile sia per la mia personale crescita di uomo che per il mio futuro reinserimento“.