In carcere la terapia arriva dalla buona informazione

Percorso formativo per migliorare la salute attraverso la prevenzione e un cambiamento degli stili di vita, la consapevolezza e la capacità decisionale dei pazienti

di Laura Mannarini
Coordinatore sanitario Medicina Penitenziaria Casa Circondariale di Mantova

Nei penitenziari si concentrano persone appartenenti ai gruppi più marginalizzati della società, con bassi livelli di istruzione, standard inferiori di salute e patologie croniche non curate, come emerge dalla Dichiarazione di Mosca sulla salute in carcere quale settore della salute pubblica emanata nel 2003 dall’Ufficio Regionale per l’Europa della OMS. È quindi necessario un miglioramento della capacità di prendersi cura di sé, attraverso la promozione di stili di vita e un agevole accesso a percorsi diagnostico-terapeutico-riabilitativi.

Durante un incontro di counselling di gruppo in carcere è stato proposto un brainstormig sulla parola “salute”, che i detenuti hanno associato ai concetti di riposo-rispetto-mangiare bene-sport-igiene-leggere-serenità-libertà-diritto della costituzione. Nei mesi scorsi l’equipe di medicina penitenziaria del carcere di Mantova ha attivato il progetto Empowerment, una strategia che attraverso l’educazione sanitaria e la promozione dei comportamenti favorevoli alla salute fornisce strumenti per prendere decisioni migliori circa il proprio benessere, riducendo disuguaglianze culturali e sociali. Una sorta di “terapia informativa” che punta a ridurre l’asimmetria di conoscenze tra il sanitario e il paziente, un processo attraverso il quale le persone acquisiscono un maggiore controllo rispetto alle decisioni che riguardano la propria salute.

La azioni sono finalizzate, in particolare, a educare i pazienti all’attività motoria, ai comportamenti e stili di vita adeguati nel campo delle abitudini alimentari e dell’igiene orale, alla prevenzione delle malattie a trasmissione sessuale e legate al tabagismo e all’alcolismo, attivando anche interventi di lotta a comportamenti aggressivi e quindi di prevenzione di maltrattamenti e abusi attraverso un approccio trans-culturale e multidisciplinare, auspicando il superamento dell’approccio esclusivamente farmacologico.

Si deve creare una relazione con il paziente che spesso non ha fiducia nei sistemi socio-sanitari; si parte da qui per costruire il patto terapeutico, il detenuto deve comprendere che può fidare del sanitario, contando sulla sua disponibilità al colloquio e alla vicinanza. La Medicina Penitenziaria deve strutturarsi come un servizio di facile accesso, ispirato ai principi della sanità pubblica e della riduzione del danno, centrato sui bisogni individuali degli utenti. Si favorisce un ambiente idoneo dove è possibile confrontarsi e mettersi in discussione utilizzando dinamiche informali. Il lavoro dell’équipe è diretto a promuovere autonomia e partecipazione delle persone direttamente interessate, agganciare le persone che non afferiscono abitualmente ai servizi territoriali e iniziare gradualmente a proporre un patto terapeutico da continuare dopo la scarcerazione.

Si ambisce ad un modello assistenziale che non aspetti il sintomo e la richiesta del paziente, ma agisca con azioni di prevenzione primaria e secondaria con interventi adeguati e differenziati in rapporto al livello di rischio: un’azione attiva del sanitario che interviene sul paziente che accede al servizio per altra motivazione o che non vi accede spontaneamente.

L’obiettivo è potenziare la terapia educativa, sia come counselling motivazionale breve individuale, sia come counselling di gruppo. Da qualche settimana è iniziato il corso per la formazione di peer educators. Uno strumento estremamente efficace, in quanto sviluppa e rafforza le competenze cognitive e relazionali. La peer education agisce sul senso di responsabilità individuale e di gruppo, sviluppa l’intelligenza emotiva, cioè la capacità di comprendere i sentimenti propri ed altrui,  la capacità di ascoltare l’altro, capirne aspettative, dubbi e paure e colmare le differenze. Promuovere la salute non è una semplice trasmissione di nozioni, significa alfabetizzazione emotiva, apprendimento e sviluppo di competenze sociali e relazionali.